“L’amore e tutto il resto” di Andrea Temporelli – Intervista con l’autore

Parafrasando Alberto Moravia, di poeti ce ne sono pochi, e quelli che abbiamo faremmo bene a tenerceli stretti. Andrea Temporelli (novarese, classe ’73) è uno di loro: poeta, ma anche romanziere, critico letterario e insegnante. È uscito pochi mesi fa con un libro intitolato L’amore e tutto il resto, che raccoglie le poesie scritte tra 1996 e 2022. Praticamente uno spaccato di vita. Lo abbiamo raggiunto per fargli alcune domande.

Da dove nasce L’amore e tutto il resto? Perché la poesia e, soprattutto, perché la poesia oggi?

La poesia oggi è un incontro, non una scelta. Ci sono tanti modi per provare a definirla. Secondo me è una chiave che apre lo scrigno dello spazio-tempo e ti fa entrare in un’altra dimensione. È una specie di intercapedine tra te stesso e la tua coscienza, tra te stesso e gli altri, il mondo, il passato e il futuro. È un’altra dimensione, a cui tu accedi attraverso la poesia. O anche la musica, lo sport…

Nello sport si parla di trance agonistica…

Esatto. È la dimensione umana più globale e completa: c’è la ragione, ma anche il sogno, c’è la memoria ma anche la prefigurazione del futuro. Smetti di essere un io e diventi una particella legata a tutto il resto, senza però negarti. Sembra un’esperienza quasi mistica, ma in molti la provano, anche se poi magari non sanno gestirla.  Nella mia esperienza, la poesia è stata la chiave di accesso a questa dimensione e lo strumento con cui ho potuto mettere ordine a me stesso e al mio sguardo sul mondo. L’amore e tutto il resto nasce proprio dalla fine di un mio percorso di esplorazione durato trent’anni. E, infatti, appena ho chiuso questo libro ho iniziato a scrivere cose nuove, segno evidente che avevo raggiunto una nuova dimensione da esplorare.

Hai scritto anche un romanzo, Tutte le voci di questo aldilà. Fare poesia e narrativa è diverso?

Sì, cambiano il linguaggio e i modi di lavorare. Ma non sono due mondi isolati. Li vedo più come due piani di uno stesso condominio con alcune zone comunicanti. La vera fatica sta piuttosto nel far coesistere anche la critica letteraria. Perché lì c’è la ragione, la volontà di definire e spiegare ciò che per sua natura è sfuggente. Devi allenare il muscolo razionale quando fai critica, mentre avresti bisogno di respirare in modo più libero con la creatività.

Invece come coesistono l’attività di poeta e quella di insegnante di poesia?

È meno faticoso, perché la divulgazione non è la critica letteraria. È un approccio più semplice visto che devi interloquire con altri. Inoltre a scuola c’è una dimensione di godimento derivante dalla lettura: cerco di far vedere ai miei studenti come io prendo quell’oggetto poetico e come mi fa divertire. Certo, le poesie devi interpretarle in qualche modo e forse alla fine arrivi a qualcosa che somiglia a un giudizio, ma utilizzi materiali dati, a sé stanti. Quando invece fai critica lavori su testi che non sono ancora sedimentati, su testi spesso radicali che ti portano in zone “rischiose” che a scuola non ti puoi permettere di sfiorare.

Ha ancora senso insegnare poesia oggi?

Ha senso se tu dimostri che ha senso. Se lo proponi per autorità o per inerzia allora non ha senso, anche se è una cosa bella. Nella comprensione siamo in due ed è fondamentale tenere in considerazione il punto di partenza di chi hai di fronte. Comunque, io credo che la poesia sia molto utile oggi. Basta guardarsi attorno: viviamo in un benessere apparente ma poi? Assumiamo psicofarmaci, non troviamo un senso alla nostra esistenza, abbiamo malesseri profondi che non sappiamo raccontare… E sarebbe facile parlare di guerre, femminicidi, famiglie allo sbando. Dove si impara la comprensione delle cose sottili su cui si basano le relazioni? Attraverso l’arte. Quindi la letteratura, la poesia. Non solo, ma anche attraverso questo. 

In una poesia scrivi che “la poesia non è mai / quel che dice, ma dice quel che è”. Che cosa intendi?

La poesia non esiste. Esistono di volta in volta delle realizzazioni singolari. Sanguineti, Luzi, Bertolucci sono poeti, ma hanno scritto cose diverse, hanno visto il mondo in modo diverso. Pensiamo alla frutta: c’è la banana, la mela, il caco. Sono cose diverse. Con quei versi intendo proprio questo: la poesia dice quel che è nel senso che vive nell’attimo che crea. Non a caso pochi versi prima scrivo: questo è il momento di questo momento. La poesia comincia a essere quando ti apre a un’altra dimensione. Hai presente quei quadri tridimensionali, pieni di colori indefiniti? Devi concentrarti un po’ e poi improvvisamente il tuo occhio buca il quadro e apre la terza dimensione. Ecco, la poesia è così: fa scattare qualcosa, in cui quasi nega se stessa. Nega il suo contenuto perché sta creando altro, cioè se stessa. 


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